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Enrico Rusconi

IA - Invidia e Ammirazione - Artificiale

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Scritto da Enrico Rusconi
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In questi giorni ho assistito ad alcune conferenze su IA (Intelligenza Artificiale) e ho pensato di scrivere una breve nota sull’argomento.

1 - IA (Invidia e Ammirazione) naturale

Ho sempre ammirato e un po' invidiato gli amici che hanno doti innate per la musica, le lingue straniere, il disegno, solo per citare alcune doti naturali, che, come è noto, non sono frutto dell'allenamento e dello studio: o ce l'hai o non ce l'hai.

Naturalmente con lo studio si può ottenere un livello decente in questi campi ma a costo di grande fatica e in modo sempre limitato.

2 - IA (Intelligenza Artificiale) in senso stretto

Ritengo importante, in generale, e per il seguito di questa mia nota, distinguere tra sistemi di IA basata su machine learning e sistemi software basati su programmazione tradizionale.

Il software tradizionale esegue pedissequamente le istruzioni scritte dal progettista usando i dati in ingresso e producendo risultati in uscita. Cioè si tratta di pura intelligenza umana che sfrutta la potenza di calcolo e di memorizzazione del calcolatore.

I sistemi di IA sfruttano invece un insieme di dati in ingresso e di corrispondenti risultati attesi per creare la logica che produrrà risultati corretti su altri dati in ingresso. Gli algoritmi programmati dall’uomo (esempio le reti neurali) danno le basi per creare la logica, non le istruzioni per trasformare ingressi in risultati. Quindi l’intelligenza di un sistema IA è veramente artificiale, cioè non umana.

Vedo quindi una somiglianza tra l’IA dei calcolatori e l’intelligenza intuitiva (cervello destro) umana, mentre la programmazione dei sistemi tradizionali mi ricorda l’intelligenza logica (cervello sinistro).

Anche la cosiddetta opacità dei sistemi di IA è simile all’intelligenza intuitiva, che appunto non è addestrabile, mentre si possono migliorare le capacità dell’intelligenza logica con lo studio.

Non posso quindi, come appassionato di tecnologia, che avere una grande ammirazione e stupore per i sistemi di IA. 

3 - Pericoli

Ritornando alle conferenze a cui ho assistito, ho spesso notato un’enfasi sui pericoli delle tecnologie informatiche. Inoltre spesso non viene fatta una chiara distinzione tra sistemi di IA e sistemi software tradizionali. In verità tutti i venditori di software rivendicano soluzioni di IA per tutti i loro prodotti. Questa è pura propaganda e nelle conferenze sarebbe opportuno smascherarla con chiari distinguo.

Inoltre l’intento educativo delle conferenze è di contrastare il trionfalismo dei venditori. Però, anche qui sono necessari i distinguo per evitare un diffidenza generalizzata.

Per farmi capire uso una analogia con un’altra tecnologia prodigiosa di qualche anno fa: l’elettricità. Immaginate un conferenziere che dice: l’elettricità è una tecnica potentissima che però presenta gravi pericoli. Molte persone saranno folgorate e molti stati introdurranno l’uso della sedia elettrica. Questi sono pericoli reali, i primi dati dall’uso incompetente, i secondi da un uso malevolo, dell’elettricità, ma nessuno penserebbe mai di ridurre tutta l’elettricità a questi due aspetti.

Ritornando alla IA, prendiamo un classico esempio: l’uso di un sistema di IA per concedere prestiti bancari. Questo sistema discrimina i bisognosi di un prestito sulla base di “preconcetta” inaffidabilità e quindi è male. Prima di tutto questi sono i criteri che l’intelligenza umana (il gestore) ha sempre usato per non dare prestiti, quindi l’IA non ha peggiorato. Ma soprattutto questo è un esempio di uso incompetente dell’IA: se i dati usati per l’apprendimento sono i dati storici dei prestiti concessi o negati, è ovvio che il sistema di IA manterrà i criteri con cui è stato addestrato anche per i nuovi casi che gli sono sottoposti.

Un altro esempio è l’uso di profilazioni delle utenze per suggerire prodotti o scelte elettorali sulla base delle “debolezze” (inclinazioni perverse) delle persone. Questo è un esempio di uso malevolo della tecnologia e purtroppo le moderne tecniche di ICT (e non solo l’IA) hanno amplificato queste possibilità, già molto usate con stampa, radio e televisione, come ben sappiamo.

4 - Opportunità

Il compito degli “intellettuali” di sinistra è quello di proporre usi positivi e progressisti di queste tecnologie più che denunciarne gli usi reazionari e negativi.

L’informatica in generale e l’IA in particolare possono servire a far funzionare meglio molte cose dei settori produttivi, dell’amministrazione, della scuola, della giustizia, della sanità e dei servizi finanziari. E forse anche della politica.

Non è affatto facile trovare applicazioni dell’IA positive, rispetto a quelle negative denunciate nelle conferenze. Forse perché è più facile fare il male che fare il bene. Altrimenti non sarebbe stato necessario inventare l’inferno. 

Ma è comunque profondamente sbagliato dare una connotazione negativa a una tecnologia sulla base dell’uso, malevolo, che ne viene fatta. 

Il digitale e l’IA ci sono per restare, e se non ne troviamo un uso positivo, non spariranno e continueranno ad essere usate negativamente. “Fermate il mondo, voglio scendere” può essere una scelta individuale, ma non può essere una strategia politica.

Infine, il fatto che spesso preoccupa la sinistra è l’impatto sui posti di lavoro della tecnologia. È sempre stato così e sempre sarà. Piangiamo per gli amanuensi benedettini che hanno perso il lavoro con l’invenzione della stampa, o dei camalli per l’introduzione dei container? Penso di no, e anzi siamo felici di aver in parte eliminato la maledizione biblica della schiavitù dal  “lavoro col sudore della fronte”.

Se la IA eliminerà dei lavori impiegatizi ripetitivi aumentando l’efficienza di tanti uffici piangeremo o ci dovremmo rallegrare? È l’inefficienza, la scarsa produttività, e la bassa qualità dei servizi che causa il declino dei nostri paesi e la perdita di posti di lavoro. Il digitale e l’IA al servizio di una chiara forza e volontà politica, possono porvi rimedio. Combattiamo il cattivo uso proponendo un buon uso. Associare cattivo uso e tecnologia, in modo indistinto, serve solo ad allontanare la gente dalla fiducia nell’uso della tecnologia, e quindi non possiamo poi aspettarci il supporto popolare a proposte di uso migliore della tecnologia stessa. 

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Il sonno della ragione: russò

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Scritto da Enrico Rusconi
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Nei giorni scorsi ho scritto due commenti a post di amici FB sull’argomento russò.

Vorrei riprendere qui questi spunti, per futura memoria e nella speranza che qualcosa di buono venga dal nuovo ministro dell’Innovazione, che pur non essendo un’informatica, insegna nel prestigioso Dipartimenti di Informatica dell’Università di Torino.


I post degli amici affrontano due temi separati: la qualità tecnica del cosiddetto sistema russò e la rilevanza politica di questa forma di consultazione dei simpatizzanti.

La qualità tecnica

I requisiti tecnici di un sistema di votazione online sono la sicurezza e la segretezza.


Sicurezza vuol dire che solo chi ha diritto può votare, solo una volta e il suo voto è contato correttamente. Questo obiettivo mi sembra facilmente ottenibile con le normali tecniche dei sistemi informativi usando una procedura di accreditamento del votante che preveda la distribuzione di una chiave segreta da usare per votare. Naturalmente l’associazione votante-chiave non deve rimanere nel sistema e la chiave può essere usata solo una volta. 


Tra i mille esempi che trovate con Google vi segnalo questo usato dall’IEEE: Online Voting System.


Aggiungerei che l’accreditamento deve essere fatto sfruttando l’identità digitale del votante che si potrebbe basare semplicemente sullo scambio di PEC. L’unica altra alternativa è andare di persona a prendere la chiave ma allora si vanifica il vantaggio dell’online.


Segretezza vuol dire due cose: 


primo, nessuno può risalire al mio voto. E questo è facilmente garantito da quanto detto sopra.

Secondo, io non posso documentare ad altri, in modo incontrovertibile, il mio voto. 


E qui casca l’asino: non mi pare si possa dare questa garanzia. Nessuno mi impedisce di mostrare a qualcuno come voto da casa mia ed inoltre potrei dare a qualcuno la mia chiave in modo che possa controllare il mio voto quando arriva sul sistema. In questo caso ci vuole una connivenza  da parte del gestore del sistema, ma questo è proprio uno dei dubbi su russò. 


Ma io posso tenere segreto il mio voto? Certo, ma non sono obbligato a tenerlo segreto, come nelle votazioni nella cabina elettorale e quindi posso vendere il mio voto. Questo aspetto si applica a qualsiasi votazione da remoto, anche per posta, come si fa in molti paesi e situazioni.


Nel caso di russò o di altre consultazioni volontarie e paralegali il problema può essere ignorato, ma se volessimo veramente introdurre la votazione online generalizzata, di cui sono evidenti i vantaggi e la desiderabilità, dobbiamo trovare una risposta a questo punto. È un argomento da filosofi politici e costituzionalisti. Mi piacerebbe tanto che qualcuno di voi riuscisse ad avere una risposta.

La rilevanza politica

Si è fatto un gran dibattito su quanto fosse importante il voto dello 0,2 % degli italiani e dell’1 % dei loro votanti alle ultime elezioni.


Ricordo un’intervista di un parlamentare che sosteneva la suprema importanza, per loro, di quel voto, e che chi non lo capisce è perché non capisce l’essenza del loro movimento.


Il dibattito tra gli amici su FB metteva a confronto altre forme di coinvolgimento della base da parte di altri partiti, principalmente di sinistra, quali congressi, sezioni, primarie, e, aggiungo io, assemblee.


Molti dei comportamenti e dei personaggi legati a russò fanno pensare ad una fede con le sue credenze. 


In ciò non c’è niente di male: è nella natura dell’uomo credere a storie fantastiche, più o meno sensate, che abbiamo chiamato religioni o ideologie. Lo storico Harari sostiene che ciò che ha distinto in modo irreversibile l’homo sapiens dagli altri homo e dalle scimmie, è stata la capacità di inventarsi e credere in cose non concretamente provate e viste.


Ognuno di noi sa alcune cose per conoscenza e esperienza diretta, ma la maggior parte le crede perché si fida di chi gliele racconta e perché ritiene positivo, cioè vantaggioso, crederci.


Chi crede in russò crede nella possibilità e nel valore delle democrazia diretta e che russò sia lo strumento adeguato per perseguirla.


Generalizando, sono tutte le credenze giuste e utili? Da cinico illuminista sarei tentato di dire che sono tutte errate e dannose, ma chiaramente direi una stupidaggine, intanto perché cinismo e illuminismo sono delle credenze, e poi perché molte evidenze storiche mostrano il contrario.


Permettetemi due esempi, venuti fuori in recenti chiacchiere con amici. Credete all’inferno?

O meglio pensate che credere all’inferno sia giusto? Beh, io non credo all’inferno ma penso che sia servito per millenni a far comportare le persone un po’ meglio di quanto i loro istinti e pulsioni li avrebbero indotti a fare.


E credete nel riscaldamento globale? Io sono propenso a fidarmi da chi lo sostiene, ma sinceramente non ho le conoscenze scientifiche per esserne certo e qualche dubbio ce l’ho.


Comunque ritengo che molti comportamenti che causerebbero il riscaldamento globale, secondo i suoi sostenitori, siano profondamente sbagliati, quindi se la paura del riscaldamento, come quello dell’inferno, ci fa comportare meglio, ben venga questa credenza.


Tornando a russò, è dunque una credenza giusta e utile o errata e dannosa? 


Vediamo, credere nella democrazia diretta è una ingenuità puerile e sono ben note le critiche che, in sintesi, dicono che non si possono prendere decisioni specifiche su argomenti anche complessi, su cui  non si hanno conoscenze. 


Purtroppo la stessa critica si può applicare alla democrazia in generale, basata sul suffragio universale. La famosa frase di Churchill “la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora” è un terribile paradosso degno di un Nobel della Letteratura, e non della Politica. E non so se la ripeterebbe in questo millennio. Quindi credere un po’ più nella partecipazione democratica di tutti non è poi un errore terribile e dannoso.


Però io penso che russò sia profondamente sbagliato e dannoso, e che sia compito di ogni persona seria e corretta contrastarlo e denunciarlo. Ma non perché banalizza, svende, la democrazia, ma perché inquina e svende il progresso e benefici possibili dell’informatizzazione della nostra vita sociale, politica, culturale ed economica.


Io sono un profondo credente del valore dell’informatizzazione, un po’ per competenza e molto, sicuramente, per fede. E vedo come un grave pericolo l’appropriazione di questo valore da parte di incompetenti, se non disonesti, perché i valori, le belle idee, una volta inquinati e mal usati vengono demonizzati e poi abbandonati. 


È avvenuto in passato per filosofie e ideologie che sarebbero servite ad darci un mondo migliore, e cominciamo ora a vedere i danni di una informatizzazione pervertita da malvagi e delinquenti, per cui se non si raddrizza la barra e si comincia a farne un uso utile e corretto rischiamo di vederla naufragare. 

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C’è voto e voto

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Scritto da Enrico Rusconi
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Anche se le elezioni sono forse distanti, volevo portarmi un po’ avanti, prima di essere sommerso dalle vostre profonde considerazioni, e quindi,  un po’ di celia non fa mai male.

Sui dizionari ci sono generalmente tre significati di questa parola: il voto religioso, il voto scolastico e il voto dell’elettore.

Lasciamo perdere quello religioso. Il voto scolastico esprime una valutazione sul lavoro svolto dall’alunno. E quello elettorale?

Si sente molto dire: hanno governato male, non li voto più, o hanno governato bene, li voto. Sembra quindi che molti elettori pensino di dare un voto scolastico e non un voto elettorale.

Con il voto elettorale dovremmo invece scegliere chi pensiamo governerà bene in futuro. È pur vero che è difficile predire il futuro ma anche basarsi solo sul passato è alquanto discutibile. O meglio, posso anche pensare che quell’azione di governo sia stata sbagliata, ma non so cosa avrebbero fatto “gli altri” al posto loro.  E lo stesso se hanno fatto bene. Quindi la valutazione sul passato è per lo meno non “equa” anche se può essere corretta. È come fare una gara con un sol concorrente e poi discutere se ha fatto un buon risultato o no. Naturalmente non parlo di una gara dei 100 piani in pista ma di una gara il cui risultato dipenda dalle condizioni del terreno (o dell’acqua), del tempo atmosferico, ecc.

Quella del voto non è l’unica situazione in cui guardare al passato non è corretto. Un altro famoso esempio è il valore delle azioni di un’azienda che ben sappiamo non dipende dai risultati ottenuti bensì dalle aspettative di sviluppo futuro. E anche gli aumenti e le promozioni delle persone sul lavoro non vengono dati sulla base risultati ottenuti in passato, ma su quello che ci si aspetta possano fare, nelle loro mansioni, in futuro. O almeno così dovrebbe essere, anche se spesso è difficile da spiegare agli interessati.

Naturalmente per il voto elettorale c’è anche la possibilità della scelta ideologica: voto quel partito perché ne condivido l’ideologia. Beh, buona fortuna di questi tempi.

2 commenti

L'analisi illogica

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Scritto da Enrico Rusconi
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Riferimenti

Il 35% anticipatore di Mario e il 40% di Franco e Loris

Premessa

Il nostro insegnante di bridge ci dice sempre che la differenza tra gli scacchi e il bridge è che negli scacchi si possono prevedere con certezza le mosse dell’avversario perché la scacchiera è visibile, mentre a bridge le carte degli avversari non sono note, e si possono solo stimare.

Precedente storico

Qualche anno fa, un genio della politica italiana, avendo osservato le difficoltà dell’ulivo causate dai partitini di contorno, noiosi e menagrane, aveva pensato che fosse meglio un chiaro sistema bipolare maggioritario in cui si contrapponeva un PD, cioè un ulivo depurato, a FI, Lega e AN, con la prospettiva di superarli tutti.

Da buon romano di Roma aveva pensato di ripetere la storia degli Orazi e Curiazi. Aveva  solo dimenticato una cosa, non essendo evidentemente un giocatore di bridge, e cioè “i tempi”. Si era dimenticato che la strategia dell’Orazio superstite consisteva nell’affrontare i Curiazi uno alla volta. Inoltre ai tempi dell’antica Roma non c’erano i “predellini”. E tutti sapete come è andata a finire

La strategia di R di 4 mosse

Prima: La messa in mano

Come ho già illustrato altrove, le gestione delle ultime elezioni amministrative ha ottenuto di mettere degli avversari al potere per “bruciarli” in vista delle elezioni politiche.

Seconda: la conta

Come faccio a contare quanti voteranno per me? Si chiede ogni candidato.

Lasciamo perdere i sondaggi. Abbiamo visto come sbagliano, soprattutto se non hai i soldi per fargli dire quello che vorresti, cioè usarli come self fulfilling prophecy.

L’ideale sarebbe fare un dry test, ma non si può dire agli elettori “andate a votare” e poi non teniamo conto del risultato.

Ma R è un genio (non romano ma toscano) è si è inventato un’elezione con un esito praticamente irrilevante ma fondamentale per misurare il suo consenso: ha preparato una legge di riforma costituzionale, irrilevante per il futuro del paese, i cui problemi sono ben altri, per farla votare dai cittadini e vedere chi la votava e chi no.

Ma come faceva ad essere sicuro che i voti Sì fossero per lui e non per la legge stessa? Banale, Watson! Ha preparato una legge cosi insensata e mal scritta, che nessuno mai l’avrebbe votata per il merito. E ha naturalmente evitato attentamente di migliorarla durante il lungo iter parlamentare malgrado tutti i consigli che ha avuto.

Quindi ha misurato con esattezza che 40% del 70% degli Italiani votano e voteranno per lui!

Terzo: la legge elettorale

Solo prevedendo questa evoluzione si poteva pensare una legge elettorale così, con ballottaggio di lista, e premio di maggioranza. Il 40% è di R, non di una coalizione.

Ha anche detto che la cambierà un po’. E adesso che ha “contato” i voti può farlo. Naturalmente metterà le preferenze, tanto nessuno le segna e fa contenti quei fresconi che insistono. L’importante è tararla sul 40% e soprattutto togliere il ballottaggio, altrimenti vince il 60%, non il 40.

E il senato? Beh, con il 40%, con la legge attuale, più qualche aiutino della Corte Costituzionale, qualcosa si farà, e poi ci sono sempre i supporter dell’ultima ora. Inoltre al senato votano solo gli ultra venticinquenni e quindi si taglia fuori una bella fetta tra i 18 e i 25, che hanno votato tutti No.

Quarta: tenere la palla

Mancava solo l’ultima mossa per essere certo di essere in campo quando si svolgono le elezioni. Soluzione: dare immediatamente le dimissioni, con un accorato discorso di piena assunzione di colpa.

L’effetto inevitabile è che il PdR gli chiede di rimanere il carica. Non poteva far altro ed è quello che R voleva.

Inoltre gli Italiani mammoni amano i deboli e quindi non c’è modo migliore di aumentare i consensi che “dichiararsi colpevole”. Vero? Poverino!

Conclusioni

Come avrete capito ho voluto sollevare l’umore cupo del dopo referendum con un po’ di allegra ironia. Forse anche un po’ di wishful thinking, ma solo un po’: non sono sicuro che R sia il meglio, ma finché non mi presentate un altro non so che dire.

1 commento
  1. Le jeux sont faits, rien ne va plus
  2. Addendum al Libro dei Numeri
  3. Il Libro dei Numeri
  4. Zagrebelsky point

Pagina 2 di 4

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