(Lo spunto è un post su FB di Raffaele Mosca , che non conosco, che citava un articolo di Mattia Feltri sulla fatica di seguire i figli nei loro compiti a casa, e sul dibattito che ne è seguito.)

 

In quarta elementare ho insegnato a mia madre le divisioni con due cifre (uso il linguaggio di allora), un po' di ortografia e qualche regola di grammatica: doveva prendere la licenza elementare per poter diventare bidella di Ruolo. Scontatamente ce la fece

Dei miei coetaeni di allora del mio ambiente (tutti immigrati da altre zone del Paese, genitori operai, colf, lavoratori marginali) nessuno è andato oltre la licenza elementare.

Io me la sono cavata.

Non ho mai fatto i compiti con le mie figlie, ormai trentenni (almeno non me ne ricordo). Ho però sempre risposto alle loro domande quando e fino a quando me ne hanno poste, ho sistematicamente rotto loro le palle con domande a tutte le ore del giorno, soprattutto durante i pasti, su quanto avevano imparato e oltre, ho predicato il culto laico della conoscenza (Istruitevi perchè avremo bisogno di tutta la nostra conoscenza).

I loro coetanei del loro ambiente (genitori dirigenti, medici, professionisti, forse persino qualche operaio) sono tutti andati all'università.

Loro, le mie figlie, se la sono cavata abbastanza bene.

Non ho quindi motivi per rimpiangere il buon tempo andato, quando gli operai neanche sognavano il figlio dottore (cfr, Paolo Pietrangeli – Contessa).

Aveva questo tempo una cosa buona: l'ignoranza era considerata una vergogna e anche gli ignoranti condividevano quest'idea.

Adesso l'ignoranza si porta con un certo orgoglio e se non svacchi i congiuntivi sei considerato un radical chic. E' uno dei lasciti più pericolosi del ventennio berlusconiano.

Allora se qualche volenteroso, invece di unirsi al nugolo di genitori ignoranti, o analfabeti di ritorno, che protestano con gli insegnanti per un brutto voto dei loro ignorantissimi rampolli, passa un po' del suo tempo ad interessarsi dell'istruzione dei sui figli ben venga.

Discutiamo eventualmente del miglior modo per farlo.

 

 

Commenti   

# Crosstalk 2016-10-10 13:53
# Mario 2016-10-10 13:59
Forse perché è lo stesso che ho seguito io con i miei tre ( due maschi e una femmina) non posso che essere d'accordo, anche l'editore mi ha dato del 'vecchio nonno'. Immagino che lo conosciamo entrambi, quindi sappiamo che ci vuole molta pazienza ...
# Mitzi 2016-10-10 14:10
Capisco che ci possano essere dei motivi per il sì (aiutiamoli), ma io voto decisamente no. Troppo prezioso mi pare il senso di responsabilità, che è bene apprendano.
# bepperedi 2016-10-10 14:20
Sempre che l'atmosfera di ignoranza non soffochi il desiderio di conoscenza e con esso ogni senso di responsabilità.
# Raffaele 2016-10-10 16:17
Ripropongo il mio commento pubblicato su FB.
I figli, a mio parere, vanno aiutati negli studi, se uno è nelle condizioni per poterlo fare o, eventualmente, di pagare qualcuno che lo faccia, solo quando è strettamente necessario. Possibilmente dietro loro richiesta: esplicita o implicita (spesso vanno interpretati). Sul tema ci sarebbero tantissime considerazioni di carattere generale da fare: ne butto giù alcune.
1. Nell'Italia del dopoguerra l'ignoranza era associata alla povertà ed alla fatica dei lavori manuali. Questo in sé costituiva anche per i giovani un incentivo potente a migliorare la propria condizione sociale attraverso lo studio. Oggi invece in molti crescono in famiglie agiate dopo non si legge un libro ed invase h24 dalla tv commerciale.
2. Il ruolo nella società degli insegnanti, che un tempo costituivano una categoria stimata ed anche ben pagata, si è progressivamente svilito. Sia perché per decenni i giovani più bravi hanno in larga parte preferito professioni più redditizie, sia perché le loro retribuzioni sono andate via via riducendosi in termini reali. In un mondo che valuta il successo quasi esclusivamente in base ad elementi economici, quella professione ha perso gran parte del prestigio che aveva; la qual cosa si è tradotta in una ormai quasi assenza di rispetto nei confronti della categorie e di chi ne fa parte.
3. L'Italia è uscita dalla seconda guerra mondiale con un tasso di analfabetismo elevatissimo. Non è mai esistito in questo Paese un amore diffuso per il sapere e per la cultura, nonostante l'attività svolta dalle associazioni mutualistiche e dai grandi partiti di massa. La fortissima emigrazione interna degli anni '50 e '60 è una possibile causa.
4. Il modello sociale prevalente, che si è affermato negli ultimi 30-40 anni, di chiara derivazione americana, è intrinsecamente portatore di una forma sottile di disprezzo nei confronti della cultura, giudicata "inutile" se non strettamente finalizzata ad una sua rapida monetizzazione. Questa tendenza, innestandosi sul quadro preesistente in Italia, ha generato disastri, quali ad esempio tantissime famiglie di laureati che praticamente non hanno mai letto libri al di fuori di quelli di testo, ecc.
# bepperedi 2016-10-10 17:29
Per completezza.
Condivido le quattro considerazioni parola per parola. Probabilmente abbiamo letto gli stessi libri e frequentato ambienti simili. Perchè se ne possa dedurre ed auspicare un atteggiamento passivo, o nel migliore dei casi meramente reattivo, nei confronti del percorso di apprendimento dei figli sinceramente mi sfugge.
# Enrico 2016-10-10 17:53
Adesso vi dico la mia su un argomento di cui, come al solito, non ho nessuna competenza: non avendo né figli né nipoti.

Parto dal ricordo di un intervento di uno psicologo a Haslemere, che per i pochi che non lo sapessero, era il Training Centre dove l’Olivetti mandava i suoi manager per un mesetto a fare uno specie di micro MBA, per aver il tempo di pulire gli uffici a Ivrea.

Questo signore aveva esordito dicendo “voi, come tutti i genitori, desiderate che i vostri figli abbiano un successo nella vita al vostro livello o superiore. Ma voi che siete già al vertice del successo, cosa potete sperare per i vostri figli, senza esserne delusi?”. Penso che la lezione andasse avanti su come affrontare la “delusione”, ma non ricordo altro. Ricordo invece che la cosa aveva colpito qualche mio collega con prole.

Qui il dibattito è, semplificando al massimo, se aiutarli con i compiti scolastici incrementi o riduca la possibilità di fargli raggiungere questo obiettivo.

Conoscendovi, penso che i vostri ricordi personali siano fuorvianti, viste le intelligenze vostre. Il fatto che molti dei vostri (e miei) coetanei non siano “andati avanti”, mentre l’hanno fatto tutti i coetanei dei vostri figli è legato all’evoluzione della società in cui noi e i vostri figli viviamo, come mi pare che tutti diciate.

Ma anche avendo alzato il livello di partenza, rimane il dilemma di quanto la scuola e l’ambiente famigliare contribuiscano al raggiungimento dell’obiettivo di eguagliare o superare il livello dei genitori. E in second’ordine, quanto l’atteggiamento famigliare (aiutare o no nei doveri scolastici) conti. Dico in second’ordine perché l’ambiente famigliare conta molto, in positivo, anche se i genitori non aiutano attivamente i figli, per tutto quello che l’ambiente rappresenta: linguaggio, interessi, frequentazioni ecc. È anche certo che a volte conta in negativo, se si aiutano o meglio se si interferisce troppo.

Naturalmente potete dirmi che la visione del mio psicologo era errata e che non vi siete mai posti l’obiettivo di cui parlava. Potreste dirmi “a me basta che i figli siano felici e non mi importa nulla se hanno più o meno successo di me”.

Non ha senso che mi esprima io, senza figli, ma questo mi sembra un aspetto importante del dibattito.
# bepperedi 2016-10-10 21:50
Non capisco perché tu mi dia del voi, ma lo accetto come segno di deferenza.

Avendo figli mi esprimo.

Ovvio che l'atteggiamento famigliare è determinante: la mia insistenza sull'"ambiente" stava a significare proprio questo, (senza infliggere pipponi sociologici dati per noti)

Non ho avuto un padre e sono figlio unico. Mi sono così evitato le bellurie dell'edipicità e della competizione fraterna.
Ne ho avuto gratuitamente bassi tassi di ambizione e di invidia. Avessi mai avuto smanie di successo la psicologia (intesa come studio della), il sessantotto, la letteratura, i film, le canzoni, la satira ne hanno fatto strame. (cfr. Guccini- "per quanto grande sia, il primo che ha studiato).

Per cui posso dire, con un ragionevole grado di serenità, che la speranza(per rifarmi al tuo psicologo) per le mie figlie è stata che scegliessero la loro via liberamente, o con il minor numero di vincoli possibile (ho imposto infatti che scegliessero tra classico e scientifico). Spero che loro non siano state deluse.
# bepperedi 2016-10-10 21:56
Non sarebbe male se a questa discussione tra nonni veri e potenziali, partecipassero genitori con figli in età scolare o addirittura figli.
# PGRAECO 2016-10-11 20:07
Partecipo alla discussione, pur senza averne diretta esperienza - anch'io senza figli, a meno che non ci siano a mia insaputa - ma con una consorte con alle spalle “Quarant'anni d'insegnamento!” (Alto Gradimento, Mario Marenco, Professor Aristogitone); anzi, quarantadue grazie alla Fornero.

Per quanto sembri banale e semplicistico, il più grave dei problemi della scuola di oggi è costituito … dai genitori! Generalizzare è sempre sbagliato, lo so; ma, in gran parte, è proprio la famiglia che si schiera sempre e comunque dalla parte del “pargolo” lamentandosi di tutto: gli insegnanti che lo hanno in antipatia, i compagni che prendono voti più alti senza merito, le cattive compagnie che lo traviano, come se gli amici fossero scelti dal corpo docente. Deresponsabilizzazione assoluta. Mai, o quasi mai, una motivata lamentela sulla qualità dell’insegnamento, argomento sul quale ci sarebbe molto da discutere. La consorte di cui sopra, nonostante sia una sincera democratica con il difetto di un’attiva militanza nel PD (almeno fino al prossimo referendum), si dichiara favorevole alla reintroduzione della pena di morte solo per genitori con figli in età scolare. Sono tragicamente d’accordo con lei!

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