Piccola città bastardo posto          '
......
Piccola città io ti conosco
Nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo
Che cambia in meglio
Ma sono qui nei pensieri, le strade di ieri
Che tornano
Visi e dolori e stagioni, amori e mattoni
.....
Piccola città vetrate viola
primi giorni della scuola, la parola ha il mesto odore di religione;
vecchie suore nere che con fede
in quelle sere avete dato a noi il senso di peccato e di espiazione:
......

Sciocca adolescenza, falsa e stupida innocenza,
continenza, vuoto mito americano di terza mano,
pubertà infelice, spesso urlata a mezza voce,
a toni acuti, casti affetti denigrati, cercati invano;
se penso a un giorno o a un momento ritrovo soltanto malinconia
e tutto un incubo scuro, un periodo di buio gettato via...

Francesco Guccini

 

Passando in macchina, lo vidi e lo riconobbi, anche se erano passati più di cinquant'anni.

Era stato il primo ragazzo che avevo baciato. Avevo sedici anni allora e un bacio era una trasgressione gravissima. Ne parlavamo a scuola tra compagne, in gran segreto.

Solo chi ha passato l'adolescenza in una piccola città di provincia negli anni '50, inizio anni '60, può capirne il clima rigido ed oppressivo.

Ci incontravamo su una panchina del parco cittadino a chiacchierare, stavamo attenti a non farci vedere da qualche insegnante.

Una volta si profilò in distanza una sua professoressa e lui volle nascondersi dietro una siepe. "Ma tanto non ti vede" dissi io e lui "Ma sente l'odore". Era un fumatore e io risi molto a quella battuta.

Non era un grande amore e finì presto, senza una lacrima.

Finite le scuole superiori, non ebbi più occasione di parlargli.

Quando lo vidi, stava per entrare nella villetta che era stata dei suoi genitori; la ricordavo bene, ci avevamo fatto alcune festicciole: un giradischi e qualche ballo, il ballo del mattone, il twist... anche se la stanza era piccola e non ci potevamo scatenare.

Quel giorno avevo fretta e non mi fermai per salutarlo. "La prossima volta" pensai.

La volta dopo, alcuni mesi più tardi, accanto al cancello della villetta c'era un manifesto da morto.

La città è CASALE MONFERRATO, la città dell'Eternit e il mesotelioma, il cancro ai polmoni, causato dalle fibre di amianto, un male che non dà scampo, aveva colpito anche lui.

 
Si chiamava RENATO

 
I morti per mesotelioma sono ormai diverse migliaia, una percentuale molto molto alta della popolazione di Casale e dintorni. I dintorni sono sempre più vasti, i venti trasportano lontano le leggerissime fibre.

Ho visto morire tantissimi cugini, zii, amici, vicini di casa.

Giancarlo era nato quando io avevo dieci anni, ricordo quando mio zio mi diede l'annuncio della sua nascita, una volta l'avevo aiutato in un compito su I promessi sposi; Anna era stata la mia prima allieva, era bionda e dolcissima; Virginia, la cugina prediletta; Paolo, compagno dei giochi d'infanzia....

Ho visto morire mia madre, la morfina non bastava a togliere il dolore, aveva ottant'anni, ma quando venne il medico di famiglia per constatare il decesso, disse con rabbia: " Questa donna sarebbe vissuta fino a cent'anni".

Lei aveva lavorato all' Eternit per trentacinque anni, ma il mesotelioma non fa ingiustizie, non seleziona in base al lavoro, alla condizione economica, alla cultura, al personale prestigio, all'età...

Diversi cugini e amici sono tuttora ammalati.

La fabbrica dell'Eternit è stata chiusa nel 1986, smantellata nel 2000, ma l'incubazione della malattia è lunghissima e te la porti dentro anche se vivi da un'altra parte; il picco delle morti non è ancora stato raggiunto; sapendo di essere a rischio, non aggiorno più i dati, ma

la strage continua

silenziosamente, dolorosamente, tragicamente.

Industrializzazione !
Da paese povero che eravamo, anche noi,
grazie all'industria, diventeremo ricchi!

Ci ragiono e canto -1966 -Dario Fo

La fabbrica non esiste più,

MA LA SUA STORIA CONTINUA

 

Commenti   

# Crosstalk 2019-02-20 20:48
# PGRAECO 2019-02-21 12:35
Commozione e rabbia per un Paese che sa solo dimenticare.

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