La mia macchina fotografica è difficile da usare: ha moltissime ghiere,  e tanti pulsanti identificati da acronimi per specialisti; il manuale allegato al prodotto sembra il Necronomicon di cui parla  Lovercraft redatto dall’arabo pazzo Abdul Alhazred (“… ecco le chiavi. Cerca le serrature; sii soddisfatto. Ma ascolta ciò che dice Abdul Alhazred: per primo io le ho trovate: e sono pazzo”).

Già. Ma perché allora ho speso una somma non banale per comprarmela? Ma per fare belle foto, ovvio! E non ti bastava lo smartphone? Certo, per le mie esigenze fa foto eccellenti. E allora?

Questa mattina, esausto per aver letto qualche capitolo di un libro di qualche centinaio di pagine rigorosamente in inglese dedicato alla mia macchina fotografica (l’autore è probabilmente un seguace dell’Arabo Pazzo), mi sono posto il problema. Ci ho pensato, stimolato da una mail di una allieva ormai amica e talvolta collaboratrice del mio blog (malgrado io sia all’oscuro di molto segrete cose, infierisco con sinistra periodicità su ignari pensionati propinando corsi di gestione di contenuti digitali: è la maledizione dell’Arabo Pazzo che colpisce gli innocenti!), ne ho parlato confrontandomi con la mia signora, e sono giunto alla mia conclusione. Che la vita, nella sua essenza primitiva, non è facile. Ma diverte. E’ come la mia macchina fotografica. Ma perché?

Il pallido cerchio del sole a fatica si intravede nella bruma del tardo pomeriggio; a tratti, rabbiose raffiche di vento portano sferzate di neve gelata ad accumularsi sul sentiero verso le grotte. L’uomo di Neanderthal avanza lentamente nella brughiera dell’Europa glaciale, trascinando con sforzo un quarto del cervo abbattuto qualche ora prima vicino al guado con la sua lancia dalla punta di ossidiana, fissata all’asta con pece e tendini animali,  nel corso di una caccia di gruppo. Lo sta portando alla grotta dove lo consumerà in comune dopo averlo abbrustolito sul sacro fuoco familiare. Grazie alla sua caccia, il gruppo potrà forse sopravvivere fino al ritorno della tiepida estate continentale.

Ma si diverte? Io penso di sì: e in particolare la sera, sazio, davanti al fuoco, raccontando le sue gesta di cacciatore agli occhi spalancati dalla meraviglia e dall’ammirazione dei suoi follower.

Io invece torno al mio PC per sviluppare le foto prese per la strada, dopo aver cacciato soggetti e giuste condizioni di luce, e aver trafficato fino all’intrecciamento “dei diti” con ghiere, pulsanti, menù e rotelline, tentando di tenere il tutto ragionevolmente fermo per evitare immagini mosse.

Sto giocando all’uomo di Neanderthal, è chiaro! Se usassi lo smartphone giocherei invece al torinese in pensione sulla spiaggia di Alassio. E’ una bella differenza (almeno per me)! E’ il motivo per cui quando faccio FOTO non uso lo smartphone  (spesso lo uso invece per fare semplici foto, quando non sono affetto da disturbi bipolari). Non mi piace rappresentarmi come un ectoplasma di quadro Fiat sul bagnasciuga della pensione Sorriso. Quando vado in giro a fare foto voglio sentirmi come un peloso Neanderthal con le narici nel vento del paleolitico medio ad annusare prede, e il cui unico rimpianto è che i dinosauri siano spariti da qualche centinaio di milioni di anni.

Credo si tratti del senso di sfida.

Nonno Neanderthal sopravviveva perché sapeva fissare punte di ossidiana all’asta della zagaglia con pece e tendini di animali. Io voglio fare foto tali da far trionfare la parte narcisista del mio ego nella jungla social. A parte l’evidente disparità degli obiettivi (del resto io non cucino brani di cervo sul fuoco tribale, ma mi limito talvolta durante la caccia a farmi uno spritz in piazza Maria Teresa), entrambi ci poniamo uno scopo che cerchiamo di raggiungere sfruttando al meglio quello che sappiamo.

Dipende dalle motivazioni e dalle ambizioni: la gente che usa lo smartphone senza consapevolezza ma magari per condividere con la famiglia un momento di gioia fa la cosa giusta: non sta facendo FOTO, sta condividendo un attimo di felicità, usando una foto. E' cosa ben diversa. Ma se vuoi fare FOTO, impara a farle, anche con un telefonino. E se sei un ambizioso che scalpita di fronte all’asticella dell’ostacolo, procurati una macchina fotografica decente e sfrutta l’occasione per imparare tutte quelle cose che lo smartphone volutamente ti nasconde per renderti la vita facile (e massimizzare la sua penetrazione di mercato).

La tecnologia infatti può rendere le cose più facili. Il Sapiens (si fa per dire) ora abbatte le allodole con un calibro 28 a ripetizione, invece di stremare cervi con lunghi inseguimenti nella neve dopo averli feriti con una punta di ossidiana, come faceva Neanderthal 50000 anni fa.

Questo rendere le cose accessibili a tutti semplificandole può essere un bel rischio, a pensarci bene. Consideriamo, ad esempio, la pratica democratica del voto. Immaginiamo – per assurdo e solo come esperimento mentale – che improvvisamente si affaccino sulla scena politica emersi dalle tenebre dei peggiori incubi l’Arabo Pazzo e l’Uomo Nero. Il primo ci ammalierà con le sue magie, tirando fuori dal cappello mirabolanti conigli magici, e spiegandoci che la via per il paese dei balocchi è semplice e in discesa; il secondo ci spaventerà descrivendoci minacciosi esseri venuti da paesi lontani ad insidiare le nostre notti.

Cosa potrebbe mai capitarci se non avessimo gli strumenti culturali adatti da poter opporre a simili subdole lusinghe?

Meno male che si tratta solo di fantasie…