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Fanno rumori, le ossa se cammino,
non c’è silenzio neppure se sto zitto,
sento dolori, che non avevo un tempo
quando con rabbia, orgoglio ed arroganza
sfidavo in bici, il monte Cappuccini.

Era in estate,e pieno di sudore, scendevo
in corsa con mete senza dove…

A carnevale, appena all’imbrunire
c’era un fantoccio vestito, da pagliaccio
stava seduto su 'na sedia vecchia,
e là vicino ancorato al muro c’era un viticcio
con attaccata l’uva, con le sue foglie agre
e profumate, era l’inverno che se ne andava via.

C’erano anche i soliti bambini, si ricorrevano
senza una ragione, ed era un bel rumore, voci squillanti,
pochi vestiti, ai piedi senza scarpe, poca poesia
per quella povertà.

Ancora calda era quella strada
sui marciapiedi le anziane a far rammendo,
ed i ragazzi a fare movimento, i primi amori
che nascono in silenzio, con i sorrisi nascosti
da un ventaglio, non si ricorre come se fosse vento

senza rumore e senza sentimento.

Ed così in mezzo a questa vita passavano carretti
all’imbrunire portavano la legna da bruciare.
Al fascio si metteva tutto quanto prendevano,
il pagliaccio con la sedia, davano fuoco,
e intorno si ballava e si saltava, i bimbi,
con la fionda nelle mani, le femminucce
che ballano coi nonni, i fidanzati nascosti

nelle vie, illuminati solo da faville, e le vecchiette
che sparlano dei vivi, del grano turco, dell’uva,
e la gramigna. La luna intanto sdraiata sul paese
guarda la vigna, che intorno fa cornice e intanto
ascolta il vecchio cosa dice, vecchi racconti…
e il carro cigolante che sembra me quando
camminando penso ai falò, penso al profumo

del legno dell’ulivo che brucia e schiocca ancora
le faville, la luna si distende, ripassa il carro tirato
dal somaro ed io ripenso a quanto il mondo è avaro.