Son sempre più confuse le notti
Forse ignare del loro futuro
La solita fine noiosa … 
Morire 
All’arrivo di un giorno assonnato
Senza passato, con poco futuro
Con le mani callose del tempo
I’ abituale giorno di ieri
Che ti lascia le rughe e poi scappa
È sempre più veloce di me, mentre corro
Più lesto del tempo di notte quando 
Stringo senza volerlo, 
I pensieri, i ricordi
E gli amori, 
Quelli del letto e del cuore
Quelli amati e scordati 
E quelli vissuti
Negli inverni gelati da cuori 
Ormai morti e sepolti
La memoria … Solo immagini 
Strane 
E deformi
I miei sogni desideri malati 
In cerca di amori indistinti
Dissolti che vivo … e poi muoio
E la morte non mi ha fatto paura

Ogni nome diventa un enigma
Mille parole mai dette e sognate
Da dire in un giorno
Di là da venire, nella mia stanza
C’è vento e nasconde le lune 
Quelle velate dal passaggio
Di streghe avvenenti e sognanti
Che cantano e poi tacciono 
Al primo raggio di sole …
Tutto quanto svanisce
E mi domando se è giorno … 
Se il giorno, se il giorno …

Dei molti inverni che ho vissuto …

Io …
Fra brine, ghiacci, e geli
… fredde mani 
questo è il più amaro.

Avaro di motivi e di ragioni …

Tanto lontane poiché l’estate calda
Brucia l’inverno che arriva quando vuole
Sui volti parchi di tristezze e sguardi
Avidi sempre di sorrisi, 
sogni legati a ragnatele stanche,

Sgomenti ai venti che portano lontano

Anche i pensieri così avvinghiati 
da fare tenerezza … e riposare.

 

E’ sempre vivo l’inverno, 
In piena estate quando ti senti accarezzare
E vivi attimi che tornano in silenzio
A far rumore al seno
Quando la neve soffice … in silenzio
Cade sul cuore facendo un gran rumore.

Fanno rumori, le ossa se cammino,
non c’è silenzio neppure se sto zitto,
sento dolori, che non avevo un tempo
quando con rabbia, orgoglio ed arroganza
sfidavo in bici, il monte Cappuccini.

Era in estate,e pieno di sudore, scendevo
in corsa con mete senza dove…

A carnevale, appena all’imbrunire
c’era un fantoccio vestito, da pagliaccio
stava seduto su 'na sedia vecchia,
e là vicino ancorato al muro c’era un viticcio
con attaccata l’uva, con le sue foglie agre
e profumate, era l’inverno che se ne andava via.

C’erano anche i soliti bambini, si ricorrevano
senza una ragione, ed era un bel rumore, voci squillanti,
pochi vestiti, ai piedi senza scarpe, poca poesia
per quella povertà.

Ancora calda era quella strada
sui marciapiedi le anziane a far rammendo,
ed i ragazzi a fare movimento, i primi amori
che nascono in silenzio, con i sorrisi nascosti
da un ventaglio, non si ricorre come se fosse vento

senza rumore e senza sentimento.

Ed così in mezzo a questa vita passavano carretti
all’imbrunire portavano la legna da bruciare.
Al fascio si metteva tutto quanto prendevano,
il pagliaccio con la sedia, davano fuoco,
e intorno si ballava e si saltava, i bimbi,
con la fionda nelle mani, le femminucce
che ballano coi nonni, i fidanzati nascosti

nelle vie, illuminati solo da faville, e le vecchiette
che sparlano dei vivi, del grano turco, dell’uva,
e la gramigna. La luna intanto sdraiata sul paese
guarda la vigna, che intorno fa cornice e intanto
ascolta il vecchio cosa dice, vecchi racconti…
e il carro cigolante che sembra me quando
camminando penso ai falò, penso al profumo

del legno dell’ulivo che brucia e schiocca ancora
le faville, la luna si distende, ripassa il carro tirato
dal somaro ed io ripenso a quanto il mondo è avaro.